David non era secondo a nessuno nel descrivere il tempo atmosferico, e per i suoi cani provava un amore più puro che per qualunque altra cosa, ma la natura in sé non gli interessava ed era del tutto indifferente agli uccelli. […]E mentre lui s’immergeva nei suoi sonnellini farmacologici pomeridiani e io studiavo gli uccelli dell’Equador per un viaggio imminente, compresi che la differenza tra la sua infelicità ingestibile e i miei gestibili malcontenti stava nel fatto che io potevo fuggire da me stesso e rifugiarmi nelle gioie del birdwatching, mentre lui non poteva farlo. […]La narrativa di David è popolata di ipocriti, manipolatori e persone emotivamente isolate, eppure chi lo conobbe in modo fugace o formale prese alla lettera le sue faticose doti di ipergentilezza e saggezza morale.La cosa singolare nella narrativa di David, tuttavia, è quel senso di accettazione e conforto, quella sensazione di essere amati che proviamo per i suoi lettori più devoti quando lo leggono. […]Io e David avevamo un’amicizia basata sul confronto e sulla (fraterna) competizione. […]Era amabile come può esserlo un bambino ed era capace di ricambiare l’amore con la purezza di un bambino. Se l’amore è comunque escluso dalle sue opere, è solo perché non aveva mai davvero pensato di meritarselo.
Jonathan Franzen, “L’isola più lontana”, Internazionale, 26 agosto 2011, traduzione di Silvia Pareschi